Riflessioni – Vi ricordate i Behemoth?


Riflessioni / giovedì, settembre 20th, 2018

C’ è stato un periodo, fra il 2000 e il 2007, durante il quale i Behemoth erano considerati (a torto o ragione è un’altra storia) la cosa più clamorosa che era capitata al death metal da almeno un lustro a quella parte.
Dall’uscita di “Thelema 6” (ricordo un famoso magazine italiano che lo descrisse come “Il disco che i Decide vorrebbero comporre”) al botto di “The Apostasy”, ogni release del combo polacco era salutata come la venuta della Bestia.
Io stesso avevo un debole per i Behemoth, inutile negarlo. Quando sentii “Demigod” per la prima volta ebbi le convulsioni e se ripenso ad alcuni passaggi di “Zos Kia Kultus” non faccio fatica a commuovermi. Perché adesso è diventato molto facile criticare Nergal e soci, e altrettanto facile rinnegare quanto (di buono) hanno fatto in passato perché si sa, spesso i metallari hanno la memoria corta e accodarsi al carrozzone dei vincenti è sempre facile.
Eppure…
Eppure nel post “The Apostasy” qualcosa nell’ingranaggio di quella macchina infernale che erano i Behemoth si è rotto. Prima l’uscita di “Evangelion”, un album formalmente inattaccabile, ma un “The Apostasy Part II” che ci si è dimenticati in fretta e che, diciamocelo, alla lunga annoiava parecchio.
Poi la cosa peggiore che potrebbe capitare, si è cominciato a parlare troppo, ma davvero troppo dei Behemoth.
Non che prima non se ne parlasse: il battage pubblicitario che ci sommergeva ad ogni nuova release dei polacchi era notevole, ma se non altro si parlava di musica. Dopo “The Apostasy” si comincia a parlare di altro: la figura di Nergal, da sempre Deus Ex-Machina della band, si fa talmente ingombrante da fagocitare l’attenzione degli addetti ai lavori e non solo. In giro si parla di “Cosa ha detto Nergal”, “Come si è vestito Nergal”, “Cosa ha fatto Nergal”.
“Nergal che strappa una Bibbia” (alla faccia dell’originalità), “Nergal che scrive un libro”, “Nergal che partecipa al The Voice polacco”, “Nergal che si veste da Papa di stocazzo e usa la fionda di Giger”.
Guai parlare della musica. Beh forse è meglio, visto che già l’inconsistenza di “The Satanist” parlava da sola: un lavoro sciatto e, almeno per chi scrive, estremamente artefatto. Un po’ di death metal qui, un po’ di black di lì, apertura melodica dall’altra parte, brano dark/ambient/avantgarde e facciamo contenti proprio tutti. Ma era tutto fumo e niente arrosto, uno specchietto per le allodole adatto a chi si è appena affacciato al metal estremo.

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Questione di giorni ed uscirà “I Loved You at Your Darkest”. Troppo facile sogghignare di fronte al titolo che negli anni ’80 avrebbe fatto incetta di eiaculatio precox fra gli amanti del goth-rock, rischierei di sembrare pregiudizievole. Meglio restare sui fatti: ennesima foto di Nergal che per il sottoscritto fa ridere i polli e due brani in anteprima, “God=Dog” (dai, davvero non ci provano più) e “Wolves of Siberia”.
Al di là di uno spostamento della proposta su lidi prettamente black (che di per se non per forza rappresenterebbe un male), è l’incredibile anonimia del riffing e la piattezza delle composizioni a lasciare interdetti. Due pezzi che non sanno di nulla ma allo stesso tempo pompati all’inverosimile, una cosa che al giorno d’oggi riescono fare solo loro e pochi altri.
E sì, non si giudica una band dall’immagine così come non di giudica un disco dopo aver ascoltato solo due brani. Magari domani esce il disco e scopriamo che ci hanno fatto uno scherzone rilasciando in anteprima solo i pezzi brutti (che sia il marketing del futuro?), ma se il buongiorno si vede dal mattino ci aspetta una grandinata di merda di proporzoni apocalittiche.
L’unica certezza è che, se solo Nergal spendesse in songwriting la metà delle energie che spreca in puttanate probabilmente parleremmo ancora di una grande band.
O almeno questo mi piace pensare.
L’unica vera certezza è che comunque “I Loved You at Your Darkest” venderà uno sproposito, per cui sono qui a parlare davvero di nulla.