Hate Eternal – Upon Desolate Sands


Recensioni / martedì, ottobre 30th, 2018
  • 2018, Season of Mist

Sono passati 21 anni dai primi vagiti degli Hate Eternal. Era il 1997  quando usciva la prima demotape di Rutan e soci e l’anno prossimo saranno vent’anni da quel “Conquering the Throne” che tanto scetticismo raccolse alla sua uscita salvo poi essere riconosciuto, col passare del tempo, come una delle tappe fondamentali per il death metal sul finire del secolo scorso. Un disco che di fatto ha aperto la strada ad una schiera di epigoni che raramente sono riusciti ad esprimersi agli stessi livelli del mostro floridiano.

Nel frattempo ne è passata di acqua sotto i ponti, e a quattro lustri di distanza ritroviamo Rutan a festeggiare l’uscita del settimo disco da studio, questo “Upon Desolate Sands” che, si spera, una volta per tutte spazzerà via tutti coloro che hanno sempre guardato con scetticismo gli Hate Eternal.

Perchè sembrerà strano, ma ce ne sono.
Nonostante lavori come “King of all Kings”, “I, Monarch” e “Infernus” c’è ancora gente che mette in dubbio le qualità della creatura di Erik Rutan.

“Upon Desolate Sands” però è un disco che parla per sé, il che rende la recensione che sto scrivendo del tutto inutile. Ma già che ci sono qualche parola la spendo, dai.

Potrei partire dicendo che è raro trovare un gruppo che, giungendo al settimo lavoro da studio, se ne esce con un’opera con un peso specifico di tal fatta, ancora più raro se si tiene conto che Rutan, Deus Ex-Machina dietro al progetto, è ormai in giro dai primi anni ’90 (ve li ricordate i Ripping Corpse?) ed è a tutti gli effetti un veterano della scena floridiana. Qualcuno potrebbe pensare che dopo quasi 30 anni le idee, la freschezza in fase di songwriting e la voglia di menare le mani possa venire meno, ma “Upon Desolate Sands” è qui per dimostrare il contrario.

Parliamo davvero di un lavoro gigantesco, pesantissimo, granitico e senza compromessi, un lavoro che racchiude le linee base del death metal più classico che ci sia ma che le codifica per il nuovo millennio senza snaturarle o strafare, quel tipo di lavoro che dovreste far sentire a tutti quelli che “Eh ma il death metal è solo blast-beat con voce da cavernicolo”.

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Si parte dal discorso intrapreso con il già bellissimo “Infernus” e lo si amplia ulteriormente: la violenza è sempre quella ma non è mai stata così lucida e consapevole, le aperture melodiche sono ancora più melodiche, i passaggi monolitici non sono mai stati così asfissianti e tritaossa. Il death metal degli Hate Eternal raramente ha toccato vette così nichiliste, espressive e drammatiche come nei solchi di “Upon Desolate Sands” e raramente è risultato così dinamico e versatile.

A livello ritmico il settimo lavoro di Rutan e soci rappresenta effettivamente la loro opera più varia, con composizioni fluide e intelligenti che alternano alla perfezione assalti all’arma bianca, monolitici down-tempo e aperture melodiche affinchè ogni passaggio sembri fare il massimo danno con il minimo sforzo.

Forti di quella che è la migliore produzione di sempre in casa Hate Eternal, il terzetto ci consegna una tracklist priva di sbavature e filler, fra deflagrazioni soniche del calibro di “The Violent Fury” o “What Lies Beyond”, panzer lenti ma inarrestabili come “Nothingness of Being” (e qui si sentono gli echi di “Gateways of Annihilation”) e momenti di rara intensità come nel finale quasi romantico della altrimenti terrificante “Vengeance Striketh”.

C’è tutto e nelle giuste dosi in “Unpon Desolate Sands”, e basterebbe la sola “All Hope Destroyed” a demolire intere discografie: un brano strutturato e che si prende i suoi tempi, che non è solo violenza fine a sé stessa ma che possiede una profondità ed una espressività che sono sempre più rare nel death metal odierno. E non sono solo il lavoro di chitarra pregiato di Rutan e la tecnica sopraffina dei compagni di ventura Hrubovcak e Grossmann a rendere un pezzo come “All Hope Destroyed” quanto di meglio troverete quest’anno, a fare la differenza è la consapevolezza di aver capito cosa è il death metal e come deve essere, oltre al fatto che parliamo di gente (Rutan in questo caso) che comunque ha aiutato a gettare le basi del genere mantenendo una coerenza artistica pressoché inattaccabile per quasi trent’anni.

E quindi in casi come questi davvero le chiacchiere stanno a zero perchè frustate come “Portal of Myriad” e “Dark Age of Ruin” sono testimonianze più che sufficienti della superiorità artistica di un personaggio come Rutan, che da un paio di dischi a questa parte riesce a colpire nel segno anche su tempi più controllati e ragionati come nella Title-Track, gigantesca nella sua oscura epicità. Alla faccia di gente come i Behemoth, che non sanno più dove sbattere la testa per risultare “oscuri e malvagi”.

Ancora una volta per non essere fraintesi: “Upon Desolate Sands” è un disco dalla forma impeccabile ma che prima di ogni cosa è tutta sostanza, un’opera imprescindibile all’interno della discografia degli Hate Eternal e di riflesso per il death metal in generale. Sarà il tempo a dirci se si tratti di capolavoro o meno, ma quello che è certo è che siamo di fronte ad uno dei migliori dischi del settore di quest’anno, e che stacca di netto anche gran parte dei lavori che già ci hanno colpito.

Fatevolo vostro, ogni altra parola è praticamente inutile.