Eskhaton – Omegalitheos


Recensioni / mercoledì, settembre 19th, 2018

Gli Eskhaton si erano fatti notare nel 2011 con l’ottimo esordio “Nihilgoety”, un nero pozzo di bile e catrame che arrivava dritto dall’inferno.
Un disco (volutamente) caotico, devastante, realmente senza compromessi e che se ne sbatteva ampiamente di dover piacere per forza alla gente.
Con “Omegalitheos”, terzo full da studio, la situazione non cambia minimamente ma se vogliamo risulta ancora più estrema e insostenibile. Ma visto che stiamo parlando di death metal, la cosa non può che far piacere, perché senza stare a girarci troppo attorno la terza prova degli Eskhaton è senza se e senza ma uno dei dischi più massacranti e riusciti del 2018.
Qualcuno un tempo diceva “Extreme Music for Extreme People”; benissimo, “Omegalitheos” Traduce perfettamente in musica il concetto. Un disco per molti, ma non per tutti. Anzi, probabilmente nemmeno per molti, ma per quei pochi pazzi che dietro al chaos primordiale e ribollente del combo australiano riesce a scorgere quello che c’è nascosto, quella lucida follia, quella perversa intelligenza che al giorno d’oggi sempre meno band riescono a riversare nel nostro genere preferito.
Tanto per intenderci, in “Omegalitheos” troverete la stessa pesantissima entità sonica di dischi come “Contragenesis” (Ignivomous), “Fatal Power of Death” (Beyond) o “Svn Eater” (Lvcifyre) tanto per citare i primi che mi vengono in mente, lavori che di fatto rappresentano una rarità all’interno del panorama estremo. Lavori giganteschi, non facili da ascoltare o assimilare, ma che una volta compresi lasciano un’inquietudine che pochi altri dischi riescono a fare al giorno d’oggi.
“Omegalitheos” è esattamente così, ma forse ancora più caotico e concettualmente estremo: per tutta la durata del lavoro è lapalissiano quanto il combo australiano se ne fotta dei gusti del pubblico e sia desideroso solo ed esclusivamente di far conoscere (a chi avrà il coraggio di ascoltare) la loro personalissima concezione di inferno.
Quella di “Omegalitheos” è una tracklist che non lascia scampo, una serie di brani di una freddezza allucinante che colpiscono sia che si vada velocità insostenibili (e accade il più delle volte), sia che ci si trovi impantanati in decelerazioni tritaossa. Si tira il fiato all’altezza di un paio di intermezzi, che tuttavia mantengono comunque alta l’inquietudine dell’ascoltatore prima che altre bordate senza pietà tornino a far scempio del suo corpo.

Non è per niente semplice descrivere a parole un lavoro di questo genere: vi basti pensare che nel 2018 difficilmente troverete canzoni come la Title-Track, “Serpentity” o la conclusiva e folle “Kimah Kalu Ultu Ulla”, tre esempi di come il songrwiting degli Eskhaton non segua geometrie euclidee e non rispetti minimamente la forma-canzone alla quale siamo abituati. Nulla è come sembra in “Omegalitheos”, persino le canzoni più corte, che sareste portati a ritenere facciano da raccordo fra un pezzo o l’altro, potrebbero saltarvi alla giugulare quando meno ve l’aspettate.
Si rimane interdetti, frastornati, stremati dopo i primi ascolti del nuovo parto della creatura australiana, ma una volta acquisita la chiave di volta sarete in grado di decifrare il linguaggio oscuro contenuto in “Omegalitheos”, e allora comincerete a godere come dei matti.
Sia chiaro, un lavoro come questo non è assolutamente facile da ascoltare: serve pazienza e la giusta dose di coraggio per affrontare un tour de force di questo genere, ma se andate in giro a dire di ascoltare musica estrema e poi un lavoro come “Omegalitheos” vi spaventa beh, forse è meglio porsi delle domande.
Prova incredibile dei musicisti, produzione caotica il giusto senza sacrificare gli strumenti e copertina più figa del 2018 fanno da quadratura del cerchio.
Ora come ora, se quest’anno vi poteste permettere solo un disco, vi direi di gettarvi sugli Eskhaton senza pensarci due volte.

Un Commento a “Eskhaton – Omegalitheos”

  1. Bellissima recensione! Che dire, disco estremo nel vero senso della parola, nessun compromesso, solo tonnellate di brutalità, devastazione caos all’ennesima potenza con quel “tocco” di follia e oscurità tipica del death metal australiano più intransigente.
    Per quel che mi riguarda, ad oggi disco dell’anno.

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